Provincia: Roma

Estensione: 1085 ettari

Comune: Canale Monterano

Gestore: Comune di Canale Monterano

La Riserva

A cavallo tra i Monti della Tolfa e l'area Sabatina, questa area protetta si contraddistingue, oltre che per i significativi valori naturalistici e paesaggistici, per le importanti testimonianze storico-archeologiche. Queste sono legate agli insediamenti etruschi rinvenuti nella zona ma soprattutto, all’imponente complesso monumentale dell’antica città di Monterano. Arroccati su uno sperone di roccia tufacea, delimitato da due corsi d'acqua, i resti di chiese, edifici e acquedotti sono ammantati da una rigogliosa vegetazione a bagolaro, leccio, aceri e sambuco, creando una spettacolare rappresentazione dell’incontro tra natura e cultura. Tra gli habitat naturali particolarmente meritevoli di citazione spiccano le forre fluviali tufacee e le formazioni riparali, oggi protette da un Sito di Interesse Comunitario (SIC), e i boschi collinari, dove è possibile ammirare le querce della Lega, due esemplari vetusti di circa 400 anni. Tra i boschi, nei prati e tra gli estesi pascoli non è raro ammirare fioriture legate ad una enorme varietà di piante da fiore, soprattutto orchidee spontanee, ma non mancano particolarità quali alcune specie di felci particolarmente rare.

Importante la componente faunistica che comprende il gatto selvatico, la martora, molte  specie di rapaci diurni (poiana, biancone, nibbi bruno e reale, sparviere) e notturni (allocco, barbagianni), uccelli di bosco quali i picchi, un elevato numero di rettili (serpenti ma anche testuggini di terra ed acquatiche) e di anfibi, tra i quali la sfuggente salamandrina dagli occhiali.

Inquadramento geologico

Il territorio monteranese si inserisce nel quadro geologico della più vasta regione tolfetano-sabatina, della quale custodisce aspetti rappresentativi. Sui sedimenti calcarei che formano la "base" della serie geologica locale, non affioranti nel territorio monteranese, si sovrappongono i ben noti "flysch" tolfetani. Si tratta di strati sovrapposti di marne (rocce a metà strada tra calcare ed argilla), argilliti (argille trasformate in roccia), arenarie (sabbie trasformate in roccia) e calcari, originatisi tra il Cretaceo ed il Paleogene (quindi tra 90 e 60 milioni di anni fa) nell'ambito dell'antico oceano Tetide. Questi sedimenti sono poi stati "trasportati" a grande distanza dal luogo di sedimentazione, come dimostra il notevole stato di "disturbo" degli strati rocciosi (in origine orizzontali, oggi intensamente piegati e fratturati). Queste rocce di origine marina sono diffuse nel settore settentrionale ed occidentale della Riserva Naturale (zone della Bandita, Monte Angiano, Monte Ciriano). Al periodo Plio-pleistocenico (tra 5 e 1 milione di anni fa) risalgono sedimenti, anch'essi di origine marina costituiti da argille, argille sabbiose con frequente presenza di lenti e cristalli isolati di gesso, presenti in alcuni limitati settori della riserva (zona di Poggio li Cioccati). I terreni marini sopra descritti nella zona orientale dell'area protetta sono coperti da terreni vulcanici prodotti dall'antico apparato sabatino (zona di Bracciano).

Tra questi i cosiddetti "peperini listati" affioranti lungo la valle del Mignone, il Fosso della Palombara e la Valle del Bicione (formati da eruzioni circa 700.000 anni fa), tufi ("Tufo di Bracciano", "Tufo Rosso a scorie nere", visibile nella zona della Greppa dei Falchi), colate laviche come quella visibile presso il casale della Palombara. Le diverse rocce hanno dato luogo a varie forme di paesaggio: ondulazioni collinari con valli fluviali ampie, con versanti a declivio dolce dove sono presenti rocce sedimentarie; valli strette con pareti verticali, dove affiorano tufi e peperini. Numerose le aree interessate da ricerche minerarie (zolfo, manganese) e le emissioni di acque mineralizzate.

Flora

L’estrema ricchezza del substrato geologico, in cui si alternano ampi pianori costituiti da rocce calcareo – marnose e profonde forre fluviali impostate sui terreni vulcanici sovrapposti a queste ultime, determina una sorprendente varietà morfologica e microclimatica che si riflette sulla varietà floristica e del paesaggio vegetale.

Lungo le forre (gole incise dal corso d’acqua su pareti verticali di origine vulcanica) in prossimità del greto fluviale si rinvengono i caratteristici boschi ripariali con Ontano nero (Alnus glutinosa) e localmente Pioppo bianco (Populus alba) e Salice bianco (Salix alba) e sui greti sassosi il Salice rosso (Salix purpurea). Tra le specie tipiche del sottobosco si annoverano alcune felci come le rare Felce regale (Osmunda regalis) e Lonchite minore (Blechnum spicant).

Sempre lungo i corsi d’acqua, ma lungo una fascia che si estende sul fondo della vallata, si estendono i boschi a Carpino bianco (Carpinus betulus) specie dominante a cui si accompagnano diverse altre specie forestali come il Castagno (Castanea sativa), il Nocciolo (Corylus avellana), l’Agrifoglio (Ilex aquifolium) e più sporadico il Faggio (Fagus sylvatica), la cui presenza a tali basse quote (200-250 m s.l.m.) è eccezionale e spiegabile con il microclima particolarmente umido e fresco anche d’estate.

Il sottobosco di questi boschi è rappresentato da un ricco corteggio di specie quali il candido Bucaneve (Galanthus nivalis), il Sigillo di Salomone (Polygonatum odoratum), la Colombina cava (Corydalis cava).

Nella parte sommitale dei valloni e lungo le pendici collinari sono presenti boschi di caducifoglie a Cerro (Quercus cerris) con presenza anche di Roverella (Quercus pubescens) e Carpino nero (Ostrya carpinifolia) in particolare sui substrati calcareo – marnosi. Tali boschi, spesso sottoposti a turni di taglio (ceduazione) per la produzione del legname; per alcuni di questi boschi, in particolare quelli lungo i versanti più acclivi e di maggiore interesse ecologico ed importanza per l’assetto idrogeologico, l’Ente gestore ha pagato un indennizzo economico ai proprietari per impedire il taglio previsto. Il sottobosco di tali formazioni boscate non presenta una composizione floristica di rilievo a differenza degli ambienti delle forre con presenza di specie quali Asparago pungente (Asparagus acutifolius), Corniolo (Cornus mas), Berretta da prete (Euonymus europaeus), Acero campestre (Acer campestre).

Ai margini delle zone boscate ed in diretta congiunzione con i pascoli intensamente pascolati si rinvengono in frammenti cespuglieti nei quali le specie più comuni sono il Prugnolo (Prunus spinosa), il Biancospino comune (Crataegus monogyna), l’Olmo comune (Ulmus minor), la Rosa selvatica comune (Rosa canina) ed il Pero mandolino (Pyrus amygdaliformis). 

Sulle pareti verticali che dominano le forre vulcaniche si imposta un tipo di vegetazione di ambiente mediterraneo dominate dalla comunità di una quercia sempreverde il Leccio (Quercus ilex). A tale specie si accompagna un limitato numero di specie tra cui il Bagolaro (Celtis australis), l’Erica arborea (Erica arborea), la Fillirea (Phillyrea latifolia), e sporadicamente il Corbezzolo (Arbutus unedo).

Il territorio della riserva presenta inoltre altre peculiarità per quanto riguarda gli aspetti botanici in particolari le formazioni a macchia di Ginestra ghiandolosa (Adenocarpus complicatus), entità piuttosto rara che si accompagna alla Ginestra dei carbonai (Cytisus scoparius) ed i popolamenti monospecifici ad Erba canina (Agrostin canina ssp. montelucci) caratteristici di suoli fortemente mineralizzati presso polle di acqua stagnanti e in presenza di emissioni di anidride carbonica ed idrogeno solforato, fenomeni dovuti alla passata ed intensa attività vulcanica che ha interessato questo territorio.

Una delle aree di maggiore interesse floristico e vegetazionale del territorio della riserva è quella di Monte Angiano (329 m s.l.m.). Essa è una dolce collina con parti sommitali boscate con Roverella dominante ed estesi pascoli sulle pendici dove si riscontra, in un territorio circoscritto, uno dei popolamenti di Orchidee spontanee più ricchi del Lazio (27 specie ed 11 ibridi naturali). La conservazione di un ambiente idoneo per tale gruppo floristico è dovuto alla presenza per lunghissimo tempo di pascolo estensivo che mantenendo lo strato erbaceo basso favorisce la crescita delle orchidee, mentre la mancata aratura dei terreni ed il mancato spietramento ha garantito quella stabilità ambientale che permette la diffusione di tali specie a lungo ciclo vitale.

Tra le specie, alcune piuttosto vistose e che raggiungono anche i 50-80 cm di altezza, si possono segnalare l’Orchidea piramidale (Anacamptis pyramidalis),  l’Orchidea macchiata (Dacthylorhiza maculata), la Vesparia (Ophrys apifera), l’Ofride di Bertoloni (Ophrys bertolonii), l’Orchidea scimmia (Orchis simia), la Serapide lingua (Serapide lingua) e il Viticcio autunnale (Spiranthes spiralis).                

Per garantire la conservazione di tale patrimonio floristico e vegetazionale la Riserva si adopera costantemente con una serie di attività:

 

La Riserva

 

A cavallo tra i Monti della Tolfa e l'area Sabatina, questa area protetta si contraddistingue, oltre che per i significativi valori naturalistici e paesaggistici, per le importanti testimonianze storico-archeologiche. Queste sono legate agli insediamenti etruschi rinvenuti nella zona ma soprattutto, all’imponente complesso monumentale dell’antica città di Monterano. Arroccati su uno sperone di roccia tufacea, delimitato da due corsi d'acqua, i resti di chiese, edifici e acquedotti sono ammantati da una rigogliosa vegetazione a bagolaro, leccio, aceri e sambuco, creando una spettacolare rappresentazione dell’incontro tra natura e cultura. Tra gli habitat naturali particolarmente meritevoli di citazione spiccano le forre fluviali tufacee e le formazioni riparali, oggi protette da un Sito di Interesse Comunitario (SIC), e i boschi collinari, dove è possibile ammirare le querce della Lega, due esemplari vetusti di circa 400 anni. Tra i boschi, nei prati e tra gli estesi pascoli non è raro ammirare fioriture legate ad una enorme varietà di piante da fiore, soprattutto orchidee spontanee, ma non mancano particolarità quali alcune specie di felci particolarmente rare.

Importante la componente faunistica che comprende il gatto selvatico, la martora, molte  specie di rapaci diurni (poiana, biancone, nibbi bruno e reale, sparviere) e notturni (allocco, barbagianni), uccelli di bosco quali i picchi, un elevato numero di rettili (serpenti ma anche testuggini di terra ed acquatiche) e di anfibi, tra i quali la sfuggente salamandrina dagli occhiali.

 

Inquadramento geologico

Il territorio monteranese si inserisce nel quadro geologico della più vasta regione tolfetano-sabatina, della quale custodisce aspetti rappresentativi. Sui sedimenti calcarei che formano la "base" della serie geologica locale, non affioranti nel territorio monteranese, si sovrappongono i ben noti "flysch" tolfetani. Si tratta di strati sovrapposti di marne (rocce a metà strada tra calcare ed argilla), argilliti (argille trasformate in roccia), arenarie (sabbie trasformate in roccia) e calcari, originatisi tra il Cretaceo ed il Paleogene (quindi tra 90 e 60 milioni di anni fa) nell'ambito dell'antico oceano Tetide. Questi sedimenti sono poi stati "trasportati" a grande distanza dal luogo di sedimentazione, come dimostra il notevole stato di "disturbo" degli strati rocciosi (in origine orizzontali, oggi intensamente piegati e fratturati). Queste rocce di origine marina sono diffuse nel settore settentrionale ed occidentale della Riserva Naturale (zone della Bandita, Monte Angiano, Monte Ciriano). Al periodo Plio-pleistocenico (tra 5 e 1 milione di anni fa) risalgono sedimenti, anch'essi di origine marina costituiti da argille, argille sabbiose con frequente presenza di lenti e cristalli isolati di gesso, presenti in alcuni limitati settori della riserva (zona di Poggio li Cioccati). I terreni marini sopra descritti nella zona orientale dell'area protetta sono coperti da terreni vulcanici prodotti dall'antico apparato sabatino (zona di Bracciano).

Tra questi i cosiddetti "peperini listati" affioranti lungo la valle del Mignone, il Fosso della Palombara e la Valle del Bicione (formati da eruzioni circa 700.000 anni fa), tufi ("Tufo di Bracciano", "Tufo Rosso a scorie nere", visibile nella zona della Greppa dei Falchi), colate laviche come quella visibile presso il casale della Palombara. Le diverse rocce hanno dato luogo a varie forme di paesaggio: ondulazioni collinari con valli fluviali ampie, con versanti a declivio dolce dove sono presenti rocce sedimentarie; valli strette con pareti verticali, dove affiorano tufi e peperini. Numerose le aree interessate da ricerche minerarie (zolfo, manganese) e le emissioni di acque mineralizzate.

 

 

Flora

 

L’estrema ricchezza del substrato geologico, in cui si alternano ampi pianori costituiti da rocce calcareo – marnose e profonde forre fluviali impostate sui terreni vulcanici sovrapposti a queste ultime, determina una sorprendente varietà morfologica e microclimatica che si riflette sulla varietà floristica e del paesaggio vegetale.

 

Lungo le forre (gole incise dal corso d’acqua su pareti verticali di origine vulcanica) in prossimità del greto fluviale si rinvengono i caratteristici boschi ripariali con Ontano nero (Alnus glutinosa) e localmente Pioppo bianco (Populus alba) e Salice bianco (Salix alba) e sui greti sassosi il Salice rosso (Salix purpurea). Tra le specie tipiche del sottobosco si annoverano alcune felci come le rare Felce regale (Osmunda regalis) e Lonchite minore (Blechnum spicant).

Sempre lungo i corsi d’acqua, ma lungo una fascia che si estende sul fondo della vallata, si estendono i boschi a Carpino bianco (Carpinus betulus) specie dominante a cui si accompagnano diverse altre specie forestali come il Castagno (Castanea sativa), il Nocciolo (Corylus avellana), l’Agrifoglio (Ilex aquifolium) e più sporadico il Faggio (Fagus sylvatica), la cui presenza a tali basse quote (200-250 m s.l.m.) è eccezionale e spiegabile con il microclima particolarmente umido e fresco anche d’estate.

Il sottobosco di questi boschi è rappresentato da un ricco corteggio di specie quali il candido Bucaneve (Galanthus nivalis), il Sigillo di Salomone (Polygonatum odoratum), la Colombina cava (Corydalis cava).

 

 

Nella parte sommitale dei valloni e lungo le pendici collinari sono presenti boschi di caducifoglie a Cerro (Quercus cerris) con presenza anche di Roverella (Quercus pubescens) e Carpino nero (Ostrya carpinifolia) in particolare sui substrati calcareo – marnosi. Tali boschi, spesso sottoposti a turni di taglio (ceduazione) per la produzione del legname; per alcuni di questi boschi, in particolare quelli lungo i versanti più acclivi e di maggiore interesse ecologico ed importanza per l’assetto idrogeologico, l’Ente gestore ha pagato un indennizzo economico ai proprietari per impedire il taglio previsto. Il sottobosco di tali formazioni boscate non presenta una composizione floristica di rilievo a differenza degli ambienti delle forre con presenza di specie quali Asparago pungente (Asparagus acutifolius), Corniolo (Cornus mas), Berretta da prete (Euonymus europaeus), Acero campestre (Acer campestre).

 

Ai margini delle zone boscate ed in diretta congiunzione con i pascoli intensamente pascolati si rinvengono in frammenti cespuglieti nei quali le specie più comuni sono il Prugnolo (Prunus spinosa), il Biancospino comune (Crataegus monogyna), l’Olmo comune (Ulmus minor), la Rosa selvatica comune (Rosa canina) ed il Pero mandolino (Pyrus amygdaliformis). 

     

Sulle pareti verticali che dominano le forre vulcaniche si imposta un tipo di vegetazione di ambiente mediterraneo dominate dalla comunità di una quercia sempreverde il Leccio (Quercus ilex). A tale specie si accompagna un limitato numero di specie tra cui il Bagolaro (Celtis australis), l’Erica arborea (Erica arborea), la Fillirea (Phillyrea latifolia), e sporadicamente il Corbezzolo (Arbutus unedo).

 

Il territorio della riserva presenta inoltre altre peculiarità per quanto riguarda gli aspetti botanici in particolari le formazioni a macchia di Ginestra ghiandolosa (Adenocarpus complicatus), entità piuttosto rara che si accompagna alla Ginestra dei carbonai (Cytisus scoparius) ed i popolamenti monospecifici ad Erba canina (Agrostin canina ssp. montelucci) caratteristici di suoli fortemente mineralizzati presso polle di acqua stagnanti e in presenza di emissioni di anidride carbonica ed idrogeno solforato, fenomeni dovuti alla passata ed intensa attività vulcanica che ha interessato questo territorio.

 

Una delle aree di maggiore interesse floristico e vegetazionale del territorio della riserva è quella di Monte Angiano (329 m s.l.m.). Essa è una dolce collina con parti sommitali boscate con Roverella dominante ed estesi pascoli sulle pendici dove si riscontra, in un territorio circoscritto, uno dei popolamenti di Orchidee spontanee più ricchi del Lazio (27 specie ed 11 ibridi naturali). La conservazione di un ambiente idoneo per tale gruppo floristico è dovuto alla presenza per lunghissimo tempo di pascolo estensivo che mantenendo lo strato erbaceo basso favorisce la crescita delle orchidee, mentre la mancata aratura dei terreni ed il mancato spietramento ha garantito quella stabilità ambientale che permette la diffusione di tali specie a lungo ciclo vitale.

Tra le specie, alcune piuttosto vistose e che raggiungono anche i 50-80 cm di altezza, si possono segnalare l’Orchidea piramidale (Anacamptis pyramidalis),  l’Orchidea macchiata (Dacthylorhiza maculata), la Vesparia (Ophrys apifera), l’Ofride di Bertoloni (Ophrys bertolonii), l’Orchidea scimmia (Orchis simia), la Serapide lingua (Serapide lingua) e il Viticcio autunnale (Spiranthes spiralis).                

 

Per garantire la conservazione di tale patrimonio floristico e vegetazionale la Riserva si adopera costantemente con una serie di attività:

 

Ø      Indennizzo per mancato taglio in aree importanti dal punto di vista idrogeologico e vegetazionale (in tutta la riserva vige il vincolo paesistico ed idrogeologico)

Ø      Preservazione a tutela integrale di aree dove sono conservate caratteristiche di elevata naturalità (come la valle del Fosso Bicione e l’alta valle del Mignone)

Ø      Indirizzi per la selvicoltura naturalistica nelle aree sottoposte a periodici tagli boschivi.

 

 

 Fauna

 

La notevole varietà morfologica ed ambientale del territorio si riflette sul popolamento faunistico che sorprende per la sua diversità, annoverando diverse specie di interesse faunistico.

I numerosi corsi d’acqua e le zone umide ospitano una fauna di sicuro interesse che vede tra gli Anfibi Urodeli la presenza del Tritone punteggiato (Triturus vulgaris)  e del più raro Tritone crestato (Triturus cristatus) e della Salamandrina dagli occhiali (Salamandrina terdigitata) specie endemica della penisola italiana. Tra gli Anfibi Anuri spiccano due rane rosse:  la Rana italica (Rana italica) e Rana dalmatina (Rana dalmatina); la prima per lo più legata ai piccoli corsi d’acqua perenni con rive e fondali rocciosi, la seconda che si rinviene con più frequenza nei boschi ripariali o umidi. Da segnalare inoltre la non comune Raganella italiana (Hyla intermedia) che predilige piccole zone umide ricche di vegetazione. 

Tra le specie legate ai corsi d’acqua si segnalano anche il Granchio di fiume (Potamon fluviatilis), il Mollusco Bivalve Unione (Unio mancus), specie indicatrice di buona qualità delle acque, ed una varia ittiofauna tipica dei corsi d’acqua collinari e pedemontani caratterizzata da Rovella (Rutilus rubidio), Cavedano (Leuciscus cephalus), Ghiozzo dell’Arno (Padogobius nigricans), Vairone (Telestes muticellus). Particolarmente varia infine risulta la fauna ad Odonati (Libellule) con  presenza di ben 29 specie nel territorio della riserva sulle 57 specie presenti nel Lazio.

Una specie, ormai estinta, ma presente fino agli anni ’70 lungo il corso del Mignone è la Lontra (Lutra lutra).

 

Tra le zone umide di maggiore interesse nella riserva oltre al Fiume Mignone, si annoverano le zone umide della Cave di Mercareccia, utilizzate per l’estrazione del tufo ed ora abbandonate che ospitano, soprattutto d’inverno, una ricca avifauna (Anatidi, Limicoli, Aldeidi) e che sono importanti anche per la presenza della sempre più rara Testuggine palustre (Emys orbicularis) . Tale sito ha inoltre una notevole importanza erpetologia ed è considerato uno siti con più alta diversità di anfibi e rettili di tutto il Lazio (19 specie, di cui 9 anfibi e 10 rettili).  

 

I rigogliosi boschi che si estendono lungo le gole fluviali e le pendici collinari, ricchissimi di specie arboree, sono il regno del Cinghiale (Sus scrofa), mentre specie rare ed elusive come il Gatto selvatico (Felis sylvestris),  la Martora (Martes martes) trovano rifugio tra i fitti boschi e  le pareti rocciose. Più comuni sono l’Istrice (Hystrix cristata) ed il Tasso (Meles meles) che spesso frequentano i margini boscati adiacenti a pascoli e coltivi. Tra gli abitatori dei boschi si annoverano diverse specie di uccelli tra cui spiccano lo Sparviere (Accipiter nisus), la Ghiandaia (Garrulus glandarius), il Picchio verde (Picus viridis), il Rigogolo (Oriolus oriolus) e lo Scoiattolo (Sciurus vulgaris) di recente insediamento. I boschi della riserva, nonché le zone più aperte (pascoli, cespuglieti) sono frequentati tutto l’anno dalla Poiana (Buteo buteo), mentre nel periodo primaverile compaiono altre specie di Rapaci quali il Nibbio bruno (Milvus migrans), il Biancone (Circaetus gallicus) ed il Falco pecchiaiolo (Pernis apivorous). Un avvoltoio estinto nel territorio della riserva è il Capovaccaio (Neophron percnopterus) che nidificava fino agli anni ’70 sulle alte pareti tufacee lungo il corso del Fosso Bicione, affluente del Mignone. 

Di notevole importanza infine la sporadica presenza del Nibbio reale (Milvus milvus) specie ormai localizzata e che nidifica nel Lazio solo nel comprensorio dei Monti della Tolfa, nonché del Lupo (Canis lupus), specie anch’essa presente con una piccola popolazione nel vasto comprensorio tolfetano.          

 

Gli estesi pascoli che si estendono sulle quote collinari dove è presente il pascolo brado di bovini ed equini, annoverano specie di sicuro interesse faunistico ed in particolare la Lepre italica (Lepus corsicanus), entità endemica italiana di recente scoperta, il rarissimo Occhione (Burhinus oedicnemus), presente con una piccola popolazione, nonché diverse specie tipiche degli ambienti aperti e scarsamenti antropizzati quali il Succiacapre (Caprimulgus europaeus), l’Averla piccola (Lanius collirio), l’Averla capirossa (Lanius senator) e lo Zigolo nero (Emberiza cirlus). Lungo i corsi d’acqua o lungo paretine argillose o sabbiose nidifica in colonie in gallerie scavate il variopinto Gruccione (Merops apiaster).

 

Tali ambienti, così come i boschi limitrofi, sono altresì frequentati da diverse specie di serpenti quali il Cervone (Elaphe quatuorlineata), il Saettone (Elaphe longissima), il Biacco (Coluber viridiflavus), la Vipera (Vipera aspis), il Colubro di Riccioli (Coronella girondica), il Colubro liscio (Coronella austriaca), nonché da una testuggine sempre più rara, la Testuggine di Hermann (Testudo hermanni).  

 

Il territorio della riserva è ricco di ruderi e rovine (come l’antico abitato di Monterano), cavità artificiali rappresentate da antiche gallerie minerarie, che oggi ospitano una fauna interessante e per certi versi sorprendente. Tra i ruderi o nei vecchi casali diroccati nidifica la Ghiandaia marina (Coracias garrulus) dal colore azzurro – verde sgargiante, mentre d’inverno non è raro imbattersi alle rovine di Monterano nel raro Picchio muraiolo (Tichodroma muraria) dal caratteristico volo sfarfallante.  Le antiche gallerie e le profonde cavità dell’antico abitato sono abitate da diverse specie di Chirotteri (Pipistrelli) che d’inverno cadono in fase di letargia, mentre d’estate nelle ore notturne sono alla perenne caccia di Insetti (falene, coleotteri, grilli e cavallette). Tra le specie presenti si ricordano il Ferro di cavallo maggiore (Rhinolophus ferrumequinum), il Miniottero (Miniopterus schreibersi) ed il Vespertilio maggiore (Myotis myotis).   

 

In conseguenza della buona conservazione ambientale del territorio all’interno della riserva e per una porzione al di fuori è stato individuato il Sito di Importanza Comunitaria (S.I.C.) IT 6030001 “Fiume Mignone (medio corso)” per il quale L’Ente gestore della Riserva ha realizzato il Piano di Gestione nel quali sono stati individuati interventi ed azioni da intraprendere per la salvaguardia, la riqualificazione e l’uso sostenibile delle risorse ambientali, nonché azioni di monitoraggio su tutti i più importanti gruppi zoologici e sulla qualità biologica delle acque.

 
 

Storia e Archeologia

Nel territorio dell'area protetta sono numerose le testimonianze dell'azione dell'Uomo sull'ambiente: antiche vie scavate nella roccia vulcanica, monumenti funerari d'età etrusca e romana, una torre di guardia, un antico abitato, acquedotti, fontane, chiese, un convento, una dimora fortificata trasformata in residenza di prestigio e altro, spesso seminascosto dalla vegetazione.
Le prime testimonianze certe della presenza umana provengono dall'altura di Monterano: si tratta di frammenti ceramici dell'età del Bronzo e il loro rinvenimento fa ipotizzare che circa 4000 anni fa, al posto delle celebri rovine, ci fosse un abitato di capanne, analogamente a molti luoghi simili della Tuscia. Numerosi nuclei di necropoli sparsi nell'area (Vincolo, Bandita, Poggio della Vena, Ara del Tufo, Franco, Pignano, Grottini) suggeriscono l'esistenza di una serie di abitati etruschi ad economia agricola facenti forse capo ad un centro principale ancora non identificato. Numerose le tombe monumentali: tra queste il Grottino della Bandita, la Grotta di Tabacco, la Tomba della Giuliana, ed alcune camere sepolcrali in loc. Franco. Se si eccettuano alcune strutture funerarie con epigrafi, l'età romana non ha lasciato grandi tracce nell'area protetta: il periodo caratterizzato dallo spopolamento del territorio e dalla diffusione del latifondo, fa registrare alcuni insediamenti rurali in loc. Bandita e Monte Angiano. Le presenze di rilievo sono presso i confini della Riserva in loc. Santiori e soprattutto Stigliano dove sin dal periodo etrusco esisteva un'area sacra con acque terapeutiche e dove i Romani avrebbero poi realizzato alcuni edifici termali collegati da un diverticolo stradale all'importante via Clodia. Nel periodo altomedievale sull'altura di Monterano è forse vissuta una piccola comunità: lo testimoniano alcune tombe ad arcosolio e a "logette". Con i primi secoli del II millennio il territorio riprende a vivere: a Monterano è realizzata una torre di guardia alla quale verrà poi annessa una dimora fortificata di cui ne diventa il mastio. Diverse famiglie si succederanno nel possedimento del feudo tra cui i Cybo, gli Anguillara, gli Orsini e, per ultimi, gli Altieri. Con essi, e con il pontefice Clemente X loro parente, Monterano torna a nuovo splendore. Protagonista del rinnovamento urbanistico ed artistico è Gian Lorenzo Bernini, incaricato da papa Altieri della realizzazione della nuova veste del palazzo (loggiato, fontana del leone) e della progettazione del convento di San Bonaventura. La nuova città monteranese ed il suo territorio, famoso per i prodotti agricoli e per il vino alicante, vivono in prosperità per quasi un secolo. Di nuovo l'abbandono progressivo, all'inizio causato dalla distanza dai centri più importanti e dai tracciati viari, poi acuito dalla malaria, infine reso definitivo da una rappresaglia delle truppe francesi nel 1799. Il loro saccheggio e, forse, il cannoneggiamento delle abitazioni, sanciscono l'abbandono del piccolo abitato che diverrà presto una "cava" ove recuperare materiale necessario alla ricostruzione delle abitazioni in una località vicina, l'odierna Canale Monterano.

L'abitato diruto sta oggi tornando alla luce grazie all'opera del Comune di Canale Monterano e della Riserva naturale che, con il contributo di fondi comunitari e regionali, stanno restituendo alla memoria locale ed ai cittadini d'Europa un bene che appartiene loro.

 

 



 

 

  
 
Primavera a Monterano
 
 
Acquedotto dell'antica città di Monterano
 
 
Cascata della ''Diosilla'' all'inizio del sentiero Rosso
 
 
Torrente Rafanello
 
 
Località testa dell'Indiano lungo il sentiero Rosso